Macbeth
è il melodramma di G. Verdi, su
libretto di Francesco Maria Piave, tratto dall'omonima tragedia di
William Shakespeare. Prima versione: Firenze 1847. Seconda versione: Parigi
1865.
In "Macbeth" Verdi si preoccupò di rendere scenicamente e musicalmente la
grande differenza di caratterizzazione psicologica tra Macbeth e Lady
Macbeth, sottolineando la potenza con cui i personaggi esprimono le loro
umane e feroci passioni.
Atto primo. In Scozia, in gran parte al castello di Macbeth. Dopo un
preludio costruito sulla ripresa di materiale tematico relativo alle streghe
e impostato essenzialmente su progressioni di accordi dissonanti che creano
un accumulo di tensione che si risolve sul tema del sonnambulismo, l’atto si
apre in un bosco percorso da lampi e tuoni, dove alcune streghe riunite in
tre crocchi commentano i sortilegi compiuti (coro “Che faceste? Dite su”).
Il rullo di un tamburo annuncia l’arrivo di Macbeth e Banco, generali
dell’esercito del re Duncano. Le streghe profetizzando salutano Macbeth sire
di Glamis, sire di Cawdor e re di Scozia. Macbeth trema e Banco, stupito
dalla reazione dell’amico, chiede anch’egli un presagio: sarà meno di
Macbeth ma di lui maggiore, più felice e genitore di un re. Arrivano i
messaggeri del re, che annunciano a Macbeth di essere stato eletto sire di
Cawdor. Banco inorridisce al pensiero che le streghe abbiano detto il vero e
Macbeth dà voce ai suoi pensieri di ambizione e morte (duetto “Due vaticini
compiuti or sono”). Nell’atrio del castello di Macbeth, Lady Macbeth legge
una lettera del marito ove egli racconta il vaticinio delle streghe. Lady
Macbeth riconosce l’ambizione del marito ma ne paventa la titubanza nel
portare a termine l’impresa audace: sarà dunque lei ad accendere il cuore di
Macbeth e a istigarlo all’assassinio del re Duncano (“Vieni, t’affretta”)
favorito dal fatto che il re intende trascorrere al castello di Macbeth la
notte. In una furibonda cabaletta Lady Macbeth chiama le furie infernali a
spingere il marito all’atto sanguinoso (“Or tutte sorgete o furie
infernali”). Nonostante le istigazioni della moglie, la coscienza di Macbeth
vacilla: inizia ad avere la prima delle visioni che lo segneranno per il
corso di tutta l’opera: gli si presenta un pugnale, la lama irrorata di
sangue; Macbeth deve agire ed entrato nella stanza del re, lo uccide. Lady
Macbeth rientra nella stanza di Duncano per insanguinare le guardie e porre
vicino a loro il pugnale che le accusi: Macbeth non può resistere
all’orribile spettacolo del proprio misfatto (“Fatal mia donna, un
murmure”). È ormai mattina presto, Macduff va per svegliare il re mentre
Banco dice di aver sentito lamenti e voci di morte nella notte (“Oh qual
orrenda notte”). Alle grida di orrore di Macduff che esce dalla stanza di
Duncano accorrono tutti, Macbeth, Lady Macbeth, Malcolm, i servi: il re
Duncano è stato tradito e ucciso.
Atto secondo. Nella sua stanza, Macbeth teme il vaticinio fatto a
Banco: «non re ma di monarchi genitore», per cui decide di uccidere Banco e
il figlio Fleanzio. Lady Macbeth ancora una volta invita il marito a essere
fermo (“Trionfai, securi alfine”). Nel parco vicino al castello di Macbeth
un gruppo di sicari si riunisce per attaccare Banco e suo figlio, che
camminano preoccupati da oscuri presentimenti (“Come dal ciel precipita”).
Banco viene ucciso mentre Fleanzio fa in tempo a fuggire. Nel frattempo nel
castello di Macbeth, davanti a una mensa imbandita, dame e cavalieri
salutano Macbeth, che propone un brindisi in onore della moglie (“Si colmi
il calice”); ma il clima di festa è interrotto dall’arrivo di un sicario dal
viso sporco di sangue. Macbeth è turbato e inizia a delirare: vede l’ombra
dell’amico che gli scuote innanzi i capelli insanguinati, mentre Lady
Macbeth sottovoce invita il marito a risvegliarsi. Quando Macbeth ritorna in
sé, il banchetto riprende, ma di nuovo appare l’ombra di Banco scacciata
violentemente da Macbeth. Lady Macbeth accusa il marito di pavidità e lo
invita alla ragione: chi è morto non può più tornare.
Atto terzo. In un’oscura caverna, intorno a un calderone che bolle,
le streghe preparano una poltiglia infernale (coro “Tre volte miagola”).
Macbeth viene a interrogarle e le streghe evocano le apparizioni. La prima,
una testa coperta d’elmo, dice a Macbeth di guardarsi da Macduff; la
seconda, un fanciullo insanguinato, gli dice che nessun nato di donna gli
potrà nuocere; la terza apparizione, un fanciullo coronato che porta un
ramoscello, dichiara Macbeth invincibile fino a quando non vedrà la foresta
di Birnam muoversi. Sfilano quindi i fantasmi di otto re, la stirpe di Banco
che regnerà: Macbeth li scaccia e infine sviene. Le streghe invitano gli
spiriti aerei a destare il re svenuto. Macbeth rinviene e incita se stesso
ad accrescere il proprio potere (“Vada in fiamme, e in polve cada”).
Atto quarto. Ai confini della Scozia e dell’Inghilterra, i profughi
scozzesi piangono le sorti della patria in mano a un tiranno che la
insanguina (“Patria oppressa”). L’ultimo eccidio fatto perpetrare da Macbeth
è infatti quello dei figli e della moglie di Macduff, il quale ne piange le
sorti (“Ah, la paterna mano”). Malcolm, alla testa dei soldati inglesi,
invita tutti a prendere un ramo e ad avanzare dietro a esso, mentre insieme
a Macduff incita alla rivolta contro il tiranno (“La patria tradita”).
All’interno del castello, intanto, Lady Macbeth è colta la notte da
sonnambulismo: la dama e il medico la vegliano e assistono a un rituale che
si ripete uguale: Lady Macbeth si sveglia e rievoca l’assassinio di Duncano,
di Banco, di Macduff; affannosamente e invano cerca di pulire le sue mani
dalle macchie di sangue (“Una macchia... è qui tuttora”). Le truppe nemiche
assediano il castello di Macbeth, il quale dichiara di non temere nulla in
quanto le streghe hanno vaticinato che nessun nato di donna gli può nuocere;
eppure si sente sfuggire la vita ed è consapevole che nessuno onorerà la sua
memoria (“Pietà, rispetto, amore”). Rimane fermo anche all’annuncio della
morte di Lady Macbeth, ma quando apprende che la foresta di Birnam si muove
grida al tradimento e, impugnati spada e pugnale, fronteggia Macduff, al
quale rammenta il presagio delle streghe. Vacilla quando Macduff gli dice di
non essere nato da donna ma di essere stato tolto dal seno materno, e ferito
a morte spira (“Mal per me che m’affidai”).