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Il mare non bagna Napoli
- Racconti
Il suo primo apparire, nel 1953,
II
mare non bagna Napoli
sembrò a molti inserirsi in quel filone che allora e dopo venne chiamato
«neorealismo». Era tutt'altra cosa. Nato dall'incontro della scrittrice con
quella città - che era e non era la sua - uscita in pezzi dalla guerra (un
incontro che fu insieme un addio: a Napoli la Ortese non tornerà, in seguito,
praticamente mai), il libro è la cronaca di uno
spaesamento.
La città ferita e lacera diventa infatti uno schermo sul quale l'autrice
proietta ciò che lei stessa definisce la propria «nevrosi»: una nevrosi
metafisica, una impossibilità di accettare il reale e la sua oscura sostanza, la
cecità del vivere, un orrore del tempo che ogni cosa corrode e divora - e
insieme il riconoscimento del «cupo incanto» della città, del mondo.
Tutto il libro, con la sua
scrittura «febbrile e allucinata» e al tempo stesso rigorosissima, è un grido
contro questo orrore, da cui lo sguardo - come quello della bambina Eugenia il
giorno in cui mette gli occhiali, nel primo, indimenticabile racconto - vorrebbe
potersi distogliere: e non può.
La presente edizione è
accompagnata da due testi del tutto nuovi e preziosi, scritti dall'autrice
ripensando questo suo libro: per il lettore saranno la guida più sicura.
«Nella
città e altrove, in tutto il mondo, era l'ora che la gente rientra a casa. Anche
qui, in questo paese della notte, rientrava qualcuno, avanzando a tentoni dal
fondo del corridoio, straccioni, mendicanti, suonatori, uomini e donne senza
volto. In certe case si cucinava qualche cosa: un fumo, che aveva la densità di
un corpo azzurro, scappava da qualche porta, s'intravedevano nell'interno fiamme
gialle, volti neri di gente accoccolata tenendo sulle ginocchia una scodella. In
altre stanze, invece, tutto era fermo, come se la vita si fosse pietrificata;
uomini ancora in letto si rigiravano sotto grigie coperte, donne erano intente a
pettinarsi, con l'incantata lentezza di chi non conosce quale sarà, dopo,
l'altra occupazione della sua giornata. Tutto il terraneo, e il primo piano a
cui risalimmo, erano in queste condizioni di inerzia sconsolata».
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