Ma sarà proprio dalla
riedizione a-morale delle rovine del passato e dell’Amore di
Domenico Soriano che per Filumena Marturano sarà possibile avviare un
processo di
ricostruzione, trasformazione, la ripresa di un
progetto di vita atto a riproporre la genesi del bel futuro dalle
brutture di un passato ingiusto. Forse Eduardo aveva intuito che
il solo modo di garantire un sano ritorno in Patria alla sua
eroina era quello di estrarre dai mea culpa della sua in-colpevole
coscienza, un futuro morale atto a suscitare, nel
cuore del popolo
spettatore, un feed-back di empatia.
Donna Filumena viveva in un sistema familiare
malato, invischiato e perturbato da un contesto sociale disgregato
dalla misera e dalla in-cultura. Contesto sociale, che al pari di
lei, mostrava e mostra senza pudore i vizi di sempre: l’arroganza
morale e la superbia nei confronti di chi, per la capricciosa volontà
del fato, è più agiato economicamente. Un popolo che si è fatto
massa informe inseguendo, dalle origini della sua storia, il
sogno schizotipico di prendere forma aggrappandosi
ostinatamente alle proprie ragioni, in attesa di un
cambiamento intervenuto dal cielo.
Di notte le ombre si incrociavano nel buio umido e
fetido dei vicoli di Napoli consumando, nell’attesa, barbari istinti
sessuali. Si mettevano al mondo altre vite, non per amore, ma per
imporre la propria esistenza in un mondo ritenuto emarginante,
per l’arrogante pretesa di Essere senza Esserci.
Filumena Marturano si lascia convincere dalle amiche
della medesima estrazione sociale, ma ben vestite e truccate, a
prostituirsi. Di fatto anch’essa vestirà bene. Filumena è una
prostituta, ma tutti la accettano nel bene e nel male: in primis la Madre
Vergine, poi la sua famiglia, il suo contesto, noi spettatori.
Per varie e opinabili ragioni, che non spiegherò in questa circostanza,
tutti danno per scontato dall’alto della propria morale, sim-patetica
al destino sacro di Maria Maddalena e col beneplacito della Vergine
Maria, -che dall’alto della sua icona svolge il ruolo di madre
incondizionatamente buona - che Filumena sia una donna forte la quale,
nonostante sia stata una prostituta e abbia abbandonato i suoi figli
meriti il perdono e la reintegrazione.
Quello che aiuta nel nostro
inconscio l’accettazione senza remore del personaggio di donna
Filumena sta, a mio avviso, in due fatti: la sua ammissione e
umiliazione profonda, nuda di fronte al giudizio dello spietato popolo,
del suo essere una prostituta, che ha abbandonato i figli e la
ridondanza, nella prosa, del suo gridare Nun
ll'aggio accise 'e figlie!
Tutti crediamo a
questa donna, alla sua verità, al suo
coraggio, alla sua storia di madre senza madre, in fondo,
buona perché spinta dall’esistenza ad un crocevia, che potremmo
definire di comodo ma obbligato: destini paradossali in una
città emblema del Paradosso.
La
denuncia, nel dramma di Eduardo (e non solo di tale autore, ma di
tantissimi cultori feticisti della cosiddetta
napoletanità) di una borghesia, che mantenendo l’immagine
integerrima e perfetta, consuma i suoi istinti in un bordello, non ci
convince, fintantoché in quel bordello vi si reca anche il povero. Come
si evince dalle parole della stessa Marturano, ella ammirava e, a
modo suo, amava quell’uomo, Domenico Soriano, per il suo status
sociale e, per quella sorta di fascinazione, che emanano
coloro che sono
incapaci d’Amare, di chi si reca in un bordello e
paga per le prestazioni ricevute, senza – giustamente - vincoli
di obbligatorietà nei confronti dei sentimenti.
Considerando che il
bordello era frequentato dai ricchi e dai poveri e che, come
sembra suggerirci Eduardo, i poveri siano più disposti ed esposti
all’ascolto dei propri ed altrui sentimenti, (proprio Eduardo che
scrisse: “i luoghi comuni hanno le gambe corte”), perché Filumena
Marturano non si è innamorata di un uomo che potesse garantirle un
futuro economico modesto, ma ricco d’Amore? Cinicamente potremmo essere
legittimati a ritenere che questa donna un Progetto per Esserci lo
aveva, ma mancando di fatto la conoscenza di sé, fondamento
dell’Essere, ha allevato la sua prole prelevando i danari dell’uomo
pre-scelto, Domenico Soriano, padre ignaro di uno solo dei tre
fratellastri.
Per quanto sinceramente toccante questa
pièce teatrale, ad uno studio accurato e analitico delle
dinamiche dei personaggi, tale commozione non può prescindere dalla
constatazione di taluni sentimenti malevoli e pre-meditativi
della Marturano.

In questo dramma apparentemente semplice e
buonista si cela una storia di odio, rancore e vendetta, di mancata
conoscenza e quindi accettazione di sé, della propria famiglia e delle
proprie origini: storia individuale, che si rivela la storia di un
popolo, che arrogantemente pensa di poter schiaffeggiare il mondo e la
civiltà affermando il diritto alla neghentropia, affidando il proprio
presente e, comodamente per procura, il futuro dei propri figli, o alla
classe politica più conveniente (che a tutt’oggi tenta di barattare con
gli indigen-ti, voti elettorali con modestissimi doni e fasulle
promesse di cambiamento) o l’affidamento rassegnato, ad arcane volontà
divine.
Il volto sporco della Napoli che fu, è stato, in parte, lavato, ma la
città involontaria, così come la definì Anna Maria Ortese nel suo
capolavoro del 1994, è tuttora quella; la città nella quale o scegli di
vivere facendo aderire al piano di realtà i modelli inconsci dell’Ombra
indagata da Jung (I vicoli di Napoli come l’inconscio junghiano) o di
sopravvivere masochisticamente, ovvero di fuggire via.
Napoli, al pari di Filumena, abbandona i suoi figli, per poi
rivendicarne il diritto, affidandoli ad un confuso quanto
improbabile futuro, nella perpetua illusione che si possa giungere
al
Cambiamento senza una dolorosa Trasformazione.
Sorge doveroso un ultimo quesito: perché se Napoli si propone come un
posto al sole, la povera piccola Filumena Marturano, a mezzogiorno,
nel suo vico San Liborio non scorgeva la sua luce pur patendone gli
effetti?
Come la Marturano, probabilmente, non cerco delle risposte, ma mi
abbandono al rifiuto coatto del contesto per non lasciare che l’intelligenza
vaghi, come un viandante smarrito nei vicoli caotici, rumorosi,
congestionati e primordiali di una Napoli e una napoletanità troppo
arrogante per mettere in discussione la sua lacuna culturale
disidentificandosi di fatto col senso civico e l’intelligenza.
Offesa e schiaffeggiata in primis dalla
strumentalizzazione di una classe politica corrotta, e dai
feticisti intellettuali da salotto poi, Anna Maria
Ortese, pagò molto presto la sua fama di scrittrice che ebbe inizio
proprio con la sua seconda opera, la raccolta di novelle Il mare non
bagna Napoli (Premio Viareggio, 1953). Fu emarginata.
Isolamento, solitudine, umiliazioni personali e letterarie, fecero della
Ortese un personaggio difficile e scomodo, in una Italia
intellettualoide da sempre caratterizzata dallo schieramento ideologico
per la quale la scrittrice nevrotica anti-napoletana non
risparmiò giuste e spietate critiche.
Il plauso della critica non le permise sconti di pena
dalle accuse dei beceri intellettuali, i quali sostenevano i poteri
politici dell’epoca, che scovarono con perizia feticista nell’opera un
disegno atto a denigrare la città di Napoli in ogni suo aspetto, io
direi, dai suoi luoghi comuni, dall’istituzione familiare alle
tradizioni, ai suoi intellettuali.
Secondo Battista Amodeo «[…] sono stati soprattutto
i politici, in un periodo tra i più oscuri dell’amministrazione della
città, fatta di voti di scambio, di un uso corrotto e improprio del
potere e del danaro» che hanno condotto la polemica nei confronti
della Ortese, la quale nell’ultima edizione del testo, curata da Adelphi
nel 1994, fu costretta, a mio avviso, ad aggiungere una Guida
alla lettura, per sciogliere i mea culpa dall’equivoco.
Ma non è così, i suoi occhi videro ciò che
la sua mano scrisse... Lucida, critica, appassionata, senza complicità ,
senza patetismi, scevra da pregiudizi e libera da quella facile retorica
che ancora oggi caratterizza la maggioranza degli interventi, artistici
e no, su Napoli e i suoi abitanti, la Ortese descrisse lo stato della
plebe, i vicoli della città, dove il mare non arriva a lavare le
coscienze e il sole non riesce ad illuminarle, come fu per Filumena
Marturano.
Eh, la Marturano punita dalla stessa retorica di De Filippo, Viviani, Di
Giacomo, Serao, così legati alla napoletanità... e poi arrivò Il Mare.
Filumena Marturano come Napoli, la città e i
suoi vicoli come personificazione mostruosa del nostro inconscio
involontario, senza volitiva intenzionalità, dedalo buio
dove il Simbolo non avendo incorporato ancora il
Simbolico è privo di un senso che illumini le pretese
ragioni dell’Io.
Per meglio mettere a fuoco, ciò che può essere celato
dai segni offerti dal reale, anch’io ho indossato degli occhiali come
Eugenia, la piccola “cecata”, protagonista del primo capitolo del libro
della Ortese, ma ho riconosciuto, mio malgrado, tutto ciò che la
città continua ad Essere: un simbolo deaffettivizzato...
il Mare ancora non bagna Napoli...
Giù il sipario.
Libro
consigliato:
Anna Maria Ortese,
Il Mare non bagna Napoli,
Adelphi, 1994