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Jennifer Akin è Lady Macbeth in Macbeth, ottobre 2002
L’ermeneutica dell’Ascolto
nella semiotica metabletica
Marco
Luongo
Psicologo Clinico
Dedicato ad
Alda
Merini
e alle vittime dell’olocausto
psichiatrico
per laVerità Rivelata
“La parola che rimane inviolata nel
delirio, per travolgente che sia, di chi possedendola a un delirio
senza fine si abbandona. La parola che non si pietrifica nello
spavento, e a partire dalla quale il parlare si scongela. E che
continua a orientare l’essere di chi è entrato nella notte della sua
mente”.
(María Zambrano, Chiari del bosco,
Feltrinelli, Milano 1991)
L’Ermeneutica e la
Parola
Con questo lavoro ho cercato di delineare la fenomenologia
strutturale (psicodinamica) della mente umana quando entra in
relazione con i meccanismi della follia. Per analizzare,
il cui etimo rinvia a sciogliere, tali relazioni interstrutturali sono
ricorso ineludibilmente all’ermeneutica. Tale termine
deriva dal gr. ερμηνεύω, ermeneuo,
interpreto, traduco il pensiero. La parola è la meta del linguaggio intenzionale e quando viene gestita dal dispositivo
del delirio aliena la vita psichica del soggetto in una ragione
che è altra dalla nostra, che in genere definiamo l’antiragione
ma che in realtà è il senso del controsenso
in un contesto Altro dal nostro. Tale linguaggio è
fondamentale poiché gli affetti si esprimono in parole e
queste vanno interrogate finché spiegano l’intenzionalità di essi. A
tale riguardo credo che la parola del folle possa essere solo simpatizzata nella relazione terapeutica cioè
compresa stando con l’altro. Il termine Simpatia, più
che empatia, ci restituisce una dimensione
intersoggettiva rispetto a quella più simbiotica dell’atto empatico
che è uno stare dentro il dolore dell’altro.
Entropia
e Neghentropia
In
fisica, in biologia, si studia la tendenza dei corpi a perdere
energia, ciò che viene chiamato fenomeno dell’entropia,
e la malattia viene concepita come perdita di energia; Freud e Jung
parlano di
libido. Il concetto opposto è la neghentropia:
l’individuo nella perdita di energia/libido può trovare un bilancio
vitale dato dal rinvenimento del senso di questa
perdita. Quindi solo il fatto di parlare del proprio disagio o di
agirlo nel colloquio porta una qualche forma di sollievo.
La Follia tra Mondo Interno e
Mondo Esterno
La Gestalt psicotica [1]
con i suoi sintomi, con i suoi deliri, surclassa la ragione, s’inebria
di bizzarria,
rasenta l’indicibile, è la rappresentazione sociale del
maligno, è il succedere dello scardinamento della logica per la
vittoria di una illogicità che deve essere vinta, esclusa od elusa da
chi detiene il Potere della norma-lità.
I fenomeni psicotici sono di stretta
competenza della struttura psicotica di chi li ordina e anche se nel
nostro
mondo esterno
essi non hanno apparentemente alcun senso, questo si riscatta nel loro
mondo interno. Il flusso e il
contenuto eidetico
nel delirante, con la sua plurivocità formale, è conscio o è
inconscio? E se è inconscio non è giusto affermare che esso è
praticamente il riflesso dell’illogicità del nostro inconscio quando
si esprime ad esempio col sogno?Allora siamo tutti quanti psicotici?
Potenzialmente sì [2] .
Il
fatto è che l’inconscio, che comunque ha anch’esso una sua struttura
che è inutile qui enucleare, agisce all’interno di un sistema che
Freud ha nominato apparato strutturale e che opera di concerto
assieme alle altre strutture che di questo vi fanno parte.
Dunque il mondo dello psicotico, sia esso un mondo stabile o
transitorio, manca o è senz’altro deficitario del lavoro delle
restanti strutture al di fuori dell’inconscio, ad esempio l’attività
di barriera difensiva dell’Io.
Accettato questo fatto dobbiamo considerare che comunque e qualunque
sia la realtà dello psicotico senza dubbio è una realtà che non solo
destorifica la mente ospitante, ma che non gli consente, e
non per libero arbitrio, di vivere una vita dignitosa che, al di là
di qualunque parentesi ideologica, si esplica nel mondo reale al
quale tutti noi apparteniamo.
Sarebbe parimenti inutile ed infruttuoso e certamente assurdo
pensare di restaurare la struttura mentale delirante di uno
psicotico laddove non si tenti con coraggio, dato dalla
consapevolezza del potere persuasivo che esercita grevemente il
delirio su una debole personalità, di stare on-road col paziente e
il suo mondo, pur rimanendo ancorati saldamente al proprio mondo ed
avendo la costanza e la pazienza, di cui solo una grande sensibilità
è capace, di riscattare innanzitutto il senso, riabilitando il
nonsenso, del discorso psicotico.
La Norma Errata nella
Nostra Follia Ragionata
Una delle più importanti e
superiori funzioni cognitive del nostro cervello è la ragione. Ciò che
viene puntualmente omesso e taciuto, a proposito del malfunzionamento cognitivo
degli psicotici, è che in realtà anche se deformata, dilaniata dalla
sofferenza e talvolta da un’aprassia
comunicativa,
la ragione di questi
ultimi
non è divorata e non è esaurita, non è totalmente scevra da quelle
stratificazioni semantiche complesse che se verranno analizzate, tra
gli
interscambi dei molteplici deragliamenti della comunicazione,
porteranno alla luce un’Altra
struttura che è governata da una ragione Altra
che vive tuttavia in loro.
Una ragione, la
loro,
che si allontana dalla
nostra
pur tematizzandosi in un’altra ragione che è la controragione,
il senso del controsenso.
Altrove ho evidenziato come
noi ci troviamo di fronte a due concetti a cui ci rifacciamo per
stabilire cosa è normale e cosa non lo è. I concetti di normalità e
anormalità psichica presentano non pochi problemi e tane zone in
ombra.
In modus
del tutto indiziario possiamo dire che sono due le forme che rinviano
ad un comportamento e ad una funzionalità mentale cosiddetta normale;
quella che si rifà alla nozione di norma
statistica
(come norma media) e quella che rinvia al campo più spirituale di
norma ideale
con tutte le implicazioni ideologiche del caso.
Questo quadro concettuale deve pur andarci bene, ma non lo si può non
definire in tutta la sua indefinitezza e astrazione e ciò vale anche
per l’antinomica anormalità.
Un esempio.
Se ipotizziamo
per un attimo che in un luogo remoto del mondo ci sia una
organizzazione civile di uomini con la sua norma, sappiamo anche
che lì qualunque fatto o qualunque cosa non segue la norma sarà
considerata dagli altri al di fuori di questa, cioè anormale.
Allora
è giusto dire, o affermare con veemenza come taluni fanno, che è in
assenza di norma che si definisce ciò che è psicotico?
O meglio; è la negazione/assenza di una norma a stabilire quale che
sia un’esperienza psicotica nelle sue svariate forme psicopatologiche
e cliniche?
Dal mio punto di
vista (e non solo) ciò è scorretto, è falso, aiutato e confortato in
questa scelta dai contributi sia teorici che pragmatici di una
sorella maggiore della psicoanalisi, l’antropologia. Indagini
molto importanti sono stati condotti in questo settore di studi.
Se ipotizziamo per un attimo che in
un luogo remoto del mondo ci sia una
dis-organizzazione
in-civile
di uomini con la sua realtà psicotica (designata tale dalla
cultura di chi osserva; resa
Altra dall’altro),
sappiamo anche che lì qualunque fatto o qualunque cosa non si
mescola nella confusa realtà psicotica sarà considerata
dagli altri al di fuori di questa, cioè normale, o meglio
non psicotica,
che si rende unicum nel disordine circostante ►
non-appartenenza
Note:
[1] Forma
[2] In questo contesto bisogna pensare lo psicoticismo come fenomeno
flessibile e transitorio, basti pensare ai deliri provocati, in
soggetti sani, e dalla deprivazione di sonno e dagli stati alterati di
coscienza mediante l’uso di sostanze psicogene.
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