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Direttore Scientifico Dr. Marco Luongo

 
 

 

 

 

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Dott. Marco Luongo

Psicologo Clinico n. 2577

Psicoterapeuta

Counsellor Professionista

Esperto in Criminologia

Perito c/o Tribunale sez. Penale di Napoli n. 429/29.01.07

Autorizzazione Ordine Psicologi della Campania n. 6299/A5a

Nominato dal Ministero della Giustizia Criminologo Clinico Penitenziario

Direttore Scientifico del Corso Specialistico di Criminologia Clinica e Psicopatologia Forense

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nel Regno del Ragno Infanticida


 

Il bambino “Perfetto” per il pedofilo

      Ecco  alcuni  degli elementi più importanti, ricavati dalla mia ricerca clinica e dalla collaborazione di colleghi professionisti,  che caratterizzano quello che ho definito profilo socio-psico-vittimologico del bambino abusato:

 

  • bambino proveniente da un famiglia disfunzionale, difficile e disgregata (di qualsiasi ceto sociale) che sia dunque più richiestivo di attenzione e bisognoso di appoggio

  • bambino inserito in contesti sociali disfunzionali

  • bambino poco seguito dai genitori

  • bambino già abusato

  • bambino taciturno e isolato in cerca dell’Altro che si accorga di lui

  • bambino che abbia pochi o nessun amico

  • bambino con padre alcolista o che faccia uso di droghe

  • bambino maltrattato dai genitori

  • bambino in sistemi familiari economicamente disagiati e particolarmente numerosi

  • bambino extracomunitario,  abbastanza  emarginato  (nell’immaginario del pedofilo anche quando questi è ben integrato), usato/abusato il più delle  volte per la fantasia che, parlando un’altra lingua, tale bambino meglio si presti a nascondere il misfatto.

 

    Quello del linguaggio del bambino apre uno squarcio ancora più profondo e greve da comprendere: la scelta “di comodo” che alcuni pedofili (per lo più padri della vittima) attuano nei confronti di bambini in età perinatale o comunque prelinguistica poiché di fatto questi non potranno raccontare a nessuno la violenza su di loro perpetuata.

     L’istituto Censis ha elaborato le stime annue di abuso sessuale nei confronti di minori che il Prof. Vincenzo Mastronardi, titolare della cattedra di Criminologia dell’università “La Sapienza” di Roma, ha così rielaborato: “Ogni anno in Italia colpiscono circa 21 mila pedofili: un caso ogni 400 minori, un caso ogni 4 scuole, un caso ogni 500 famiglie. La metà di questi sono i casi che riguardano la vera e propria violenza corporale, l’altra metà sono gravi molestie”.

 

     Il Prof. Mastronardi, che ho personalmente conosciuto ad un suo seminario[2], è da sempre un attivo collaboratore delle Forze dell’Ordine contro tutte le possibili forme di devianza criminologica. Di formazione psichiatrica così egli spiega in breve la sua opinione circa la pedofilia inerentemente ai dati sopra citati: “La causa di tutto ciò è da ricercare nella rarefazione dei rapporti interpersonali, nel sentirsi estremamente inadeguati nella comunicazione con l'altro. Questo inevitabilmente può portare a ricercare e ad effettuare quello che può essere definito lo 'scippo del sesso'. Questo disagio è ancora più evidente nei soggetti immigrati”. In termini di possibilità di cura il professor Mastronardi sottolinea che: “Esattamente come per i tossicomani, se i pedofili accettano il trattamento e vengono assistiti ci può essere un'alta percentuale di recupero. Farmaci come il ciproterone acetato o tartrato vengono dati solo in caso di scompenso ormonale accertato che impone la castrazione chimica reversibile. Per il resto viene utilizzata la psicoterapia individuale o di gruppo con il risultato che solo il 5% dei casi recidiva se affrontati in terapia, contro l'80% di recidive per i casi non trattati. Così come il tossicodipendente devono essere in qualche modo costretti alla terapia, per cui il procedimento penale può essere l'occasione, il momento di stimolo alla volontà di autorecupero”.

(La Repubblica 21 agosto 2000)   

 

 

Il Profiling socio-psico-criminologico del pedofilo

e la falsa infanzia nel nostro mondo adulto

 

          I bambini che ho ritratto nel mio breve profilo socio-psico-vittimologico li incrociamo spesso e talvolta sembrano apparentemente  felici ed inseriti in gruppi di amici, talvolta sfrontati nella gestualità, che usando risposte comportamentali aggressive nella comunicazione coi pari, portano il segno, nel nostro mondo adulto, della loro sofferenza e dunque della richiesta implicita di attenzione.

         Ora sappiamo che se tale segno sfuggirà al nostro sguardo superficiale, su questi bambini poggerà, con esponenziale probabilità, l’occhio del Ragno, libero d’iniziare a tessere la sua ragna-tela. Una fitta trama costruita con la collaborazione di amici d’avventura facilmente reperibili su internet, una trama astutamente celata,  maliziosamente travestita di quel fiabesco Regno che collasserà più o meno permanentemente sull’Animus/Anima della sua piccola preda.  

         Di età media compresa tra i 17 e i 58 anni, perlopiù maschio, cordiale e apparentemente allegro, dai modi gentili e socialmente apprezzabili, dall’aspetto molto curato in presenza dei genitori della vittima, il pedofilo spesso svolge un lavoro regolare; il più delle volte è un vicino di casa esemplare, le sue vittime si fidano sempre di lui; frequentemente è il loro papà, di rado è la loro mamma, sovente è il nonno/a, o un parente collaterale, altrettanto spesso è un fidato amico di famiglia, infine un  estraneo, un extracomunitario “disintegrato” in contesti illegali.

         Sciolto il termine intenzionale dai vincoli e dai significati attribuitigli dalla giurisprudenza e dall’attesa risposta peritale relativa, a mio avviso è molto, molto complesso e arbitrale assurgere ad una pretesa di verità assoluta sull’Intenzionalità del comportamento pedofilo.

         E’ pur palese che il decalogo tratto dalle perizie che ho riportato precedentemente parli non solo d’intenzionalità, ma anche di premeditazione. Tranne quei casi in cui eclatanti e scioccanti manifestazioni a carattere pedofilo erano concomitanti ad altre gravissime condotte psicopatologiche, come quelle di Marc Dutroux [3],  ciò che è alla base dell’intenzione ragionata, dal punto di vista psicodinamico, che porta il soggetto ad una condotta pedofilia, non può essere assolutamente liquidabile e riconducibile tout court alla capacità d’intendere e di volere del soggetto al momento dei fatti per i quali si presume sia reo.

 

         Sciogliere, analizzare, appieno l’apparente non-senso del processo psichico di base  del pedofilo abbisogna di un nostro tempo interno mediato tra intenzionalità e volontà nel volersi spingere Oltre la dottrina nomotetica pertinacemente voluta, approvata e sostenuta in sede processuale dai giudici. Il claustrale tempo esterno del procedimento giuridico è troppo poco conciliabile con una approfondita indagine idiografica che ci possa far com-prendere al di là dell’imputabilità, nel baratro storiografico dell’Io dell’abusante, il meccanismo d’innesto all’intenzione e poi all’atto pedofilo, procedimento questo che non può assolutamente prescindere da matrici teoriche psicoanalitiche e per questo già forcluse dalla Legge (...del Padre) per la loro presunta a-scientificità.

         D'altronde le campagne di sensibilizzazione, il procedimento penale, che tante volte non è assolutamente preparato al pre-recupero e cioè a quell’occasione, a quel momento di stimolo alla volontà di autorecupero di cui parlava Mastronardi, e i fallimenti delle “cure polimorfe”, da soli bastano a palesarci come a poco siano valsi i tanti sforzi fatti fintantoché la matrice di partenza si basa, per necessità contingenti, su approcci di tipo nomotetico ed esasperatamente standardizzanti.

         Il mondo dell’infanzia trasborda ormai di voluta, volgare ed ignorante innocenza ascetica, bambini violentati più che mai dalla disillusione secondaria perpetuata dai media, che puntualmente immortalano iconograficamente il progetto dell’esser-Ci nel mondo (già jaspersiano) con la famigliola ben composta che si scambia carezzevoli effusioni a colazione davanti a un buon biscotto. Il mondo brutto è fuori, varcata la porta di casa, dove ci sono altri uomini e mostri. Questo è il pensiero degli standardizzati, questo è il trionfo del vero narcisismo maligno, misto alle sindromi bipolari più svariate, di cui oggi la maggior parte della gente sembra recare il segno in volto. Nella nevrotica costruzione idealizzata di un mondo presupposto perfetto, si diventa ciechi di fronte all’inganno, fino a quando si arriva su quel baratro che paleserà i nostri mostri interni, i nostri enigmi mai osservati e mai sciolti, i nostri fantasmi inutilmente rinchiusi dietro le ante di un armadio, come nella costruzione drammatica di Eduardo in “Questi Fantasmi”.

         Il nonno si guarderà intorno su una spiaggia prima di tenere il nipotino sulle ginocchia, si sentirà più che mai osservato in un mondo che urla ad ogni dove alla pedofilia, la paranoia di un padre farà sì che il bambino non sia tenuto da lui stesso tra le braccia per un periodo non più lungo dei dieci minuti per non destar sospetti, l’isteria di una madre convertirà in pedofilia la scelta omosessuale di un insegnante, trascurando i figli che nella loro cameretta controllano sadicamente il punteggio ottenuto al videogame per aver ammazzato passanti e animali vagabondi. Gli stessi fanciulli che presto impareranno a trarre dal divorzio dei genitori e dagli abusi subiti, un guadagno secondario. Il guadagno secondario è quel processo mediante il quale un avvenimento doloroso può rivelarsi funzionale per realizzare uno scopo prefisso, ad esempio essere al centro dell’attenzione di genitori di solito indifferenti.        

         Questi gli scenari che socialmente dovremo attenderci o che già si stanno realizzando in una sorta di schizofrenia collettiva delirante. Il fenomeno esiste, è reale, ma non bisogna mai perdere di vista che la pedofilia è un innesco che si attiva in quasi tutte quelle menti che hanno già ospitato altri tipi di problematiche, spesso legate alla sessualità, non necessariamente sfocianti in una delle parafilie note.

         A tal proposito ricordo una frase di Aldo Busi, scrittore/simbolo di denuncia contro il buonismo imperante che ci affligge, nella quale sosteneva, acutamente, che anche leggendo Sant’Agostino uno spostato può rinvenirvi una fomentazione all’omicidio, ma un milione di persone no e un migliaia di essi, se meditavano l’assassinio , cambieranno idea...     

 

Note:

 

[2] Roma, 28 ottobre 2004,Profili criminologici e scena del crimine”, in cui era ospite e oratore il Prof. George Palermo, perito d’accusa nel processo Stati Uniti contro Jeffery Dahamer (il mostro di  Milwaukee).

[3] Detto Il mostro di Marcinelle

 

 

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