N.B. in
tale paragrafo non mi è possibile fornire la spiegazione dei concetti
psicoanalitici esposti, pertanto si rinviano i lettori non interessati
a questo punto di vista al prossimo paragrafo.
“Dapprima non vediamo che la discesa in tutto ciò che
vi è di oscuro e di brutto; ma colui che non sopporta tale spettacolo
non creerà mai la luminosa bellezza. La luce nasce sempre dalle
tenebre notturne, né mai la timorosa aspirazione umana è riuscita
aggrappandosi al sole a trattenerlo nel cielo”
(C. G. Jung, Il problema psichico dell’uomo moderno, 125)
Quello che eccita l’impulso del pedofilo pervertitore è la
sofferenza masochistica del raggiungimento della méta e il sadico
stato di reviviscenza del proprio Sé infantile, la coazione a ripetere
di quel Puer sadico/orale intrapsichico a suo tempo innocente, a quel
tempo spesso pervertito, che gli grida dentro la vendetta, la
rivendicazione di quella parte d’Amore perduto o mai avuto,
finché le sue urla vengano a tal fine esa-udite, nel fallito
tentativo di guarigione: completare l’incompleto imperfetto.
Il pedofilo realizzando il suo mito, inconsapevolmente apre
lo scrigno della sua mancanza, che scritta precedentemente in
maniera criptata, trova finalmente il suo codice di decifrazione, un
processo questo che riconduce il soggetto sempre là, sul ciglio di
quel baratro, quel buco nero e senza fine... un gap
intrapsichico memore di uno scacco originario, di antiche angosce di
evirazione.
Il pedofilo è un perverso e come tale è una persona che non
ha accettato la castrazione ed è rimasto legato alla madre fallica di
cui non sopporta la mancanza del fallo perché tale mancanza sarebbe
stata sopportabile se si fosse staccato da lei mediante
l’identificazione col Padre. Tale processo, per una serie di motivi su
cui ora non staremo ad indagare, non si è attuato, e quindi il
soggetto per negare la castrazione ricorre ad uno dei più arcaici
meccanismi di difesa: la scissione. Così se da una parte il perverso
sa che esistono gli uomini e le donne con le loro differenze sessuali,
e che i primi sono possessori di pene mentre le donne hanno una
mancanza a tale riguardo, dall’altra parte, mediante la scissione, la
differenza viene negata e il fallo materno viene ritrovato in un
feticcio: la calza o la scarpa del feticista, il bambino del
pedofilo...
Quest’ultimo perde la sua connotazione di Essere e diviene
oggetto materiale, liberando il pedofilo da ogni residuo di pietà nei
suoi confronti. Di fatto il feticcio non è il fallo, ma il suo
rappresentante anale, l’illusione e il prezzo che il perverso deve
pagare per poter raggiungere l’unità sessuale perduta, attraverso una
misera scorciatoia. Di qui la necessità dell’allestimento di una mise
en scéne teatrale, che lo vede protagonista secondo un rigido copione,
che all’inizio dell’articolo ho enunciato, di cui il bambino, di
volta in volta prescelto, non è che un oggetto di scena.
Molti ipotizzano che i perversi siano stati a loro volta
degli abusati, e che la loro sessualità si sia fissata a quello
stadio in cui hanno subìto a loro volta l’evento traumatico. A seconda
del momento in cui c’è stato l’arresto dell’evoluzione avremo delle
conseguenze: quanto più precoce è stato il danno tanto più gravi
saranno gli effetti. Ad esempio se il trauma è avvenuto in una fase
immediatamente preedipica, allora la perversione si può mantenere
anche solo a livello di fantasia, ma se è avvenuta in uno stadio
precoce di sviluppo troverà più possibilità di attuazione.
... naturalmente la castrazione dà angoscia insopportabile perché non
c’è stata l’identificazione col Padre, la quale rende possibile
l’accettazione della Legge, proibendo l’incesto e iscrivendo l’uomo
nell’ordinamento simbolico. E’ il Padre che rende al piccolo uomo
sopportabile la paura della castrazione e possibile una sessualità in
cui la femminilità non sia la mostruosa dimostrazione della punizione
avvenuta...
Lo psicologo clinico di fronte al
trauma e all’abuso infantile
Lo psicologo clinico è una figura
chiave in questi infanticidi dell’anima. Altre figure di riferimento
sono quelle che si trovano nello spazio di vita del bambino,
insegnanti, genitori e parenti, anche se le cronache ci forzano a fare
un enorme lavoro di vaglio dell’immagine collettiva di ciò che è
presente in questo spazio di vita, poiché paradossalmente è spesso qui
che si consuma l’abuso, si pratica la pedofilia, il disequilibrio
permanente dell’Anima/Animus, secondo la dicotomia di Jung. Lo
psicologo clinico viene spesso chiamato a valutare se lo stato
psichico del minore è più o meno compatibile con ciò che egli
racconta. Ci sono dei segni che si possono rilevare attraverso la
somministrazione dei test proiettivi, per valutare se nell’inconscio
del bambino è rimasta una traccia o un ricordo del trauma subito.
In una stanza d’analisi, in
genere, c’è chi racconta una storia e lo psicologo clinico che ascolta
una rivelazione simbolica perché il linguaggio è un simbolo per
eccellenza. Con i bambini è diverso, nel senso che, per comunicare,
essi fanno ampio uso del linguaggio del corpo, ma anche in questo caso
c’è un “racconto simbolico”. Il racconto dà il senso del tempo
innescando un meccanismo di memorie e suggestioni. La suggestione nel
caso dell’ascoltatore del bambino abusato è molto importante, poiché
il discorso in questi casi oltre al risvolto drammatico personale
dell’abusato è volto alla psicologia giudiziaria e poi alla giustizia.
Infatti di solito la difesa di un accusato in un’aula di tribunale si
basa sulla tendenza a mettere in rilievo la questione suggestione e il
ruolo della fantasia del bambino in quanto tale, in rapporto ad un
adulto che viene stereotipatamente scotomizzato della capacità di
inventare. Durante l’abuso si possono distinguere due momenti:
preliminarmente lo sfregamento di certe parti del corpo del bambino
provocherà e fisserà in maniera permanente dei punti eccitati del
corpo stesso; successivamente la sovrastimolazione farà sì che
l’eccitazione da piacevole diverrà spiacevole. L’eccitazione è uno
stato più istintuale rispetto all’emozione, è una risposta psichica o
fisica a stimoli esterni percepiti soggettivamente. Le emozioni che
sono difficili da contenere verranno dunque esternate e quindi saranno
passibili di elaborazione.
La psicopatologia del bambino
si manifesta attraverso il linguaggio del corpo e quando abbiamo a che
fare con un bambino abusato siamo lontani dall’esperienza emotiva,
poiché è una esperienza difficilmente pensabile o raccontabile in una
apparente assenza di emozioni. Non si riesce a dire ciò che si riesce
a mostrare, il lessico è scialbo rispetto ad un evento così
“violento”. A ciò si aggiunga che se non si stabilisce un rapporto di
fiducia, è molto raro l’evento che il bambino possa aprirsi ad un
racconto. Essere abusato equivale ad essere prigioniero fisicamente e
mentalmente in un rapporto crudele dove il corpo diventa un oggetto
umiliato, maltrattato o eccitato. Ascoltare l’abuso significa
confrontarsi con gli aspetti muti, non simbolici dell’esperienza
traumatica perché il trauma è un qualcosa di impensabile. A questo
punto si pone il quesito: “In che modo noi possiamo aiutare qualcuno
che è stato traumatizzato a raccontare l’indicibile?”.
Ascoltare l’abuso è un lavoro
difficile di contenimento e di riciclaggio, di sensazioni, ricordi ed
emozioni legate ai momenti traumatici. Chi ascolta si imbatte nella
crudezza degli eventi e nell’assenza di rifugio nell’altro perciò
bisogna ripristinare col bambino un patto di fiducia a suo tempo
violato. Nel racconto del bambino viene altresì fuori un’altra
drammatica realtà: l’identificazione della vittima con l’aggressore,
come meccanismo di difesa. Sandor Ferenczi, psicoanalista, spiega che
il bambino si mette nella condizione di esaudire i desideri dell’altro
identificandosi con l’aggressore e soddisfacendo le sue richieste
ancor prima che egli possa tentare di reprimerle. Da ciò deriva
l’atteggiamento erotizzato dei bambini abusati. Questa seduzione
avviene in maniera totalmente inconsapevole e soprattutto
asimmetricamente rispetto alla maturità sessuale fisica e psicologica
che non può assolutamente esistere in tali stadi di sviluppo.
Ferenczi sottolinea proprio la confusione dell’adulto che
(coscientemente?) recepisce un segnale di tipo affettivo del bambino incistandolo con il sessuale adulto che non è invece pensabile nel
bambino.
Infine bisognerebbe considerare con molta attenzione la
mancanza di rispetto e la violazione che molti tutori della legge, pur
con le migliori intenzioni, perpetuano nei riguardi di quel silenzio
degli innocenti, a suo tempo provocato dal terrore e dal ricatto del
pedofilo. Forse per far emergere il racconto dell’evento traumatico,
non possiamo contare solo sulle buone intenzioni del nostro mondo
adulto, ma riportare in vita il nostro bambino interno, tentando di
riannodare quel contratto di fiducia che l’abusato ebbe
precedentemente instaurato con chi lo defraudò della sua “innocenza”.
Dr. Marco Luongo
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