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Dott. Marco Luongo

Psicologo Clinico n. 2577

Psicoterapeuta

Counsellor Professionista

Esperto in Criminologia

Perito c/o Tribunale sez. Penale di Napoli n. 429/29.01.07

Autorizzazione Ordine Psicologi della Campania n. 6299/A5a

Nominato dal Ministero della Giustizia Criminologo Clinico Penitenziario

Direttore Scientifico del Corso Specialistico di Criminologia Clinica e Psicopatologia Forense

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nel Regno del Ragno Infanticida


 

La Psicopatologia del pedofilo:

la spiegazione possibile dal punto di origine psicoanalitico

 

N.B. in tale paragrafo non mi è possibile fornire la spiegazione dei concetti psicoanalitici esposti, pertanto si rinviano i lettori non interessati a questo punto di vista al prossimo paragrafo.

 

“Dapprima non vediamo che la discesa in tutto ciò che vi è di oscuro e di brutto; ma colui che non sopporta tale spettacolo non creerà mai la luminosa bellezza. La luce nasce sempre dalle tenebre notturne, né mai la timorosa aspirazione umana è riuscita aggrappandosi al sole a trattenerlo nel cielo”

 

(C. G. Jung, Il problema psichico dell’uomo moderno, 125)

 

         Quello che eccita l’impulso del pedofilo pervertitore è la sofferenza masochistica del raggiungimento della méta e il sadico stato di reviviscenza del proprio Sé infantile, la coazione a ripetere di quel Puer sadico/orale intrapsichico a suo tempo innocente, a quel tempo spesso pervertito, che gli grida dentro la vendetta, la rivendicazione di quella parte d’Amore perduto o mai avuto, finché le sue urla vengano a tal fine esa-udite, nel fallito tentativo di guarigione: completare l’incompleto imperfetto.

         Il pedofilo realizzando il suo mito, inconsapevolmente apre lo scrigno della sua mancanza, che scritta precedentemente in maniera criptata, trova finalmente il suo codice di decifrazione, un processo questo che riconduce il soggetto sempre là, sul ciglio di quel baratro, quel buco nero e senza fine... un gap intrapsichico memore di uno scacco originario, di antiche angosce di evirazione.

         Il pedofilo è un perverso e come tale è una persona che non ha accettato la castrazione ed è rimasto legato alla madre fallica di cui non sopporta la mancanza del fallo perché tale mancanza sarebbe stata sopportabile se si fosse staccato da lei mediante l’identificazione col Padre. Tale processo, per una serie di motivi su cui ora non staremo ad indagare, non si è attuato, e quindi il soggetto per negare la castrazione ricorre ad uno dei più arcaici meccanismi di difesa: la scissione. Così se da una parte il perverso sa che esistono gli uomini e le donne con le loro differenze sessuali, e che i primi sono possessori di pene mentre le donne hanno una mancanza a tale riguardo, dall’altra parte, mediante la scissione, la differenza viene negata e il fallo materno viene ritrovato in un feticcio: la calza o la scarpa del feticista,  il bambino del pedofilo...

         Quest’ultimo perde la sua connotazione di Essere e diviene oggetto materiale, liberando il pedofilo da ogni residuo di pietà nei suoi confronti. Di fatto il feticcio non è il fallo, ma il suo rappresentante anale, l’illusione e il prezzo che il perverso deve pagare per poter raggiungere l’unità sessuale perduta, attraverso una misera scorciatoia. Di qui la necessità dell’allestimento di una mise en scéne teatrale, che lo vede protagonista secondo un rigido copione, che all’inizio dell’articolo ho enunciato,  di cui il bambino, di volta in volta prescelto, non è che un oggetto di scena.

         Molti ipotizzano che i perversi siano stati a loro volta degli abusati, e che la loro sessualità si sia  fissata a quello stadio in cui hanno subìto a loro volta l’evento traumatico. A seconda del momento in cui c’è stato l’arresto dell’evoluzione avremo delle conseguenze: quanto più precoce è stato il danno tanto più gravi saranno gli effetti. Ad esempio se il trauma è avvenuto in una fase immediatamente preedipica, allora la perversione si può mantenere anche solo a livello di fantasia, ma se è avvenuta in uno stadio precoce di sviluppo troverà più possibilità di attuazione.

... naturalmente la castrazione dà angoscia insopportabile perché non c’è stata l’identificazione col Padre, la quale rende possibile l’accettazione della Legge, proibendo l’incesto e iscrivendo l’uomo nell’ordinamento simbolico. E’ il Padre che rende al piccolo uomo sopportabile la paura della castrazione e possibile una sessualità in cui la femminilità non sia la mostruosa dimostrazione della punizione avvenuta... 

 

Lo psicologo clinico di fronte al trauma e all’abuso infantile

 

          Lo psicologo clinico è una figura chiave in questi infanticidi dell’anima. Altre figure di riferimento sono quelle che si trovano nello spazio di vita del bambino, insegnanti, genitori e parenti, anche se le cronache ci forzano a fare un enorme lavoro di vaglio dell’immagine collettiva di ciò che è presente in questo spazio di vita, poiché paradossalmente è spesso qui che si consuma l’abuso, si pratica la pedofilia, il disequilibrio permanente dell’Anima/Animus, secondo la dicotomia di Jung. Lo psicologo clinico viene spesso chiamato a valutare se lo stato psichico del minore è più o meno compatibile con ciò che egli racconta. Ci sono dei segni che si possono rilevare attraverso la somministrazione dei test proiettivi, per valutare se nell’inconscio del bambino è rimasta una traccia o un ricordo del trauma subito.

         In una stanza d’analisi, in genere, c’è chi racconta una storia e lo psicologo clinico che ascolta una rivelazione simbolica perché il linguaggio è un simbolo per eccellenza. Con i bambini è diverso, nel senso che, per comunicare, essi fanno ampio uso del linguaggio del corpo, ma anche in questo caso c’è un “racconto simbolico”. Il racconto dà il senso del tempo innescando un meccanismo di memorie e suggestioni. La suggestione nel caso dell’ascoltatore del bambino abusato è molto importante, poiché il discorso in questi casi oltre al risvolto drammatico personale dell’abusato è volto alla psicologia giudiziaria e poi alla giustizia. Infatti di solito la difesa di un accusato in un’aula di tribunale si basa sulla tendenza a mettere in rilievo la questione suggestione e il ruolo della fantasia del bambino in quanto tale, in rapporto ad un adulto che viene stereotipatamente scotomizzato della capacità di inventare. Durante l’abuso si possono distinguere due momenti: preliminarmente lo sfregamento di certe parti del corpo del bambino provocherà e fisserà in maniera permanente dei punti eccitati del corpo stesso; successivamente  la sovrastimolazione farà sì che l’eccitazione da piacevole diverrà spiacevole. L’eccitazione è uno stato più istintuale rispetto all’emozione, è una risposta psichica o fisica a stimoli esterni percepiti soggettivamente. Le emozioni che sono difficili da contenere verranno dunque esternate e quindi saranno passibili di elaborazione.

         La psicopatologia del bambino si manifesta attraverso il linguaggio del corpo e quando abbiamo a che fare con un bambino abusato siamo lontani dall’esperienza emotiva, poiché è una esperienza difficilmente pensabile o raccontabile in una apparente assenza di emozioni. Non si riesce a dire ciò che si riesce a mostrare, il lessico è scialbo rispetto ad un evento così “violento”. A ciò si aggiunga che se non si stabilisce un rapporto di fiducia, è molto raro l’evento che il bambino possa aprirsi ad un racconto. Essere abusato equivale ad essere prigioniero fisicamente e mentalmente in un rapporto crudele dove il corpo diventa un oggetto umiliato, maltrattato o eccitato. Ascoltare l’abuso significa confrontarsi con gli aspetti muti, non simbolici dell’esperienza traumatica perché il trauma è un qualcosa di impensabile. A questo punto si pone il quesito: “In che modo noi possiamo aiutare qualcuno che è stato traumatizzato a raccontare l’indicibile?”.

         Ascoltare l’abuso è un lavoro difficile di contenimento e di riciclaggio, di sensazioni, ricordi ed emozioni legate ai momenti traumatici. Chi ascolta si imbatte nella crudezza degli eventi e nell’assenza di rifugio nell’altro perciò bisogna ripristinare col bambino un patto di  fiducia a suo tempo violato. Nel racconto del bambino viene altresì fuori un’altra drammatica realtà: l’identificazione della vittima con l’aggressore, come meccanismo di difesa. Sandor Ferenczi, psicoanalista, spiega che il bambino si mette nella condizione di esaudire i desideri dell’altro identificandosi con l’aggressore e soddisfacendo le sue richieste ancor prima che egli possa tentare di reprimerle. Da ciò deriva l’atteggiamento erotizzato dei bambini abusati. Questa seduzione avviene in maniera totalmente inconsapevole e soprattutto asimmetricamente rispetto alla maturità sessuale fisica e psicologica che non può assolutamente esistere in tali stadi di sviluppo.

         Ferenczi sottolinea proprio la confusione dell’adulto che (coscientemente?) recepisce un segnale di tipo affettivo del bambino incistandolo con il sessuale adulto che non è invece pensabile nel bambino.

         Infine bisognerebbe considerare con molta attenzione la mancanza di rispetto e la violazione che molti tutori della legge, pur con le migliori intenzioni, perpetuano nei riguardi di quel silenzio degli innocenti, a suo tempo provocato dal terrore e dal ricatto del pedofilo. Forse per far emergere il racconto dell’evento traumatico, non possiamo contare solo sulle buone intenzioni del nostro mondo adulto, ma riportare in vita il nostro bambino interno, tentando di riannodare quel contratto di fiducia  che l’abusato ebbe precedentemente instaurato con chi lo defraudò della sua “innocenza”.

 

Dr. Marco Luongo

 

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